Especial Palermo
"Né gli animali né i pantani, credilo, amore mio, hanno mai sporcato gli angeli" Alda Merini
Regista, attrice e drammaturga, Emma Dante, è un nome emergente nel panorama teatrale italiano, due suoi lavori ("Carnezzeria" e "M-palermu") hanno raccolto premi e favori dalla critica. Un'immersione nel "teatro nuovo", in un metodo di lavoro, in una realtà già di per sé impegnativa. Emma Dante e la sua Compagnia Sud Costa Occidentale, sanno raccontarci il melodramma del nuovo teatro siciliano, fatto di mito, tragedia e contemporaneità.

Incontro Emma Dante durante una pausa nella struttura in cui instancabilmente lavora con i suoi attori, l'ex carcere di via Pingitore a Palermo, un luogo bello e abbandonato, dove qualcosa nel buio, tra umidità e muschi, ogni tanto riesce ad accecarti. Le domando innanzitutto di raccontarmi come è nata la sua passione per il teatro.

ED- Nella mia famiglia non c'è nessuno che in qualche modo abbia avuto a che fare col teatro. Io sono andata al teatro per la prima volta intorno ai sedici anni con la scuola per vedere l' "Antigone" di Sofocle al teatro greco di Siracusa. Sono rimasta ammaliata e mi sono detta: Voglio fare questo nella vita. Dopo il diploma al liceo classico cominciai quindi a Palermo la scuola di teatro Teatès, ma feci solo un anno grazie all'intervento di mia madre, che mi disse: "È inutile che stai a Palermo, se vuoi fare veramente teatro, prova a fare questo concorso - il concorso dell'Accademia romana "Silvio d'Amico" - e vincilo". Nel lontano 1987 incomincio quindi l'Accademia romana per tre anni come attrice. Fu per me un'esperienza grandissima. Non ero mai uscita dalla Sicilia e non conoscevo nient'altro del mondo, ero una ragazzina, andai da sola e per me fu una totale avventura, conobbi altri luoghi e tantissima gente non siciliana.

I- Cosa ti ha spinto a ritornare a Palermo?

ED- Mia madre. Lei è stata colei che mi ha mandato e colei che mi ha riattratto. Soffriva di una malattia molto grave ed io sono tornata per lei. Stando a Palermo per lei, perché volevo seguire il corso della sua malattia e consapevole dopo undici anni di lavoro non memorabile come attrice che volevo smettere di recitare, poiché c'era una parte di me che sentivo inadeguata sul palcoscenico, decisi che se volevo continuare a fare teatro dovevo farlo in un'altra direzione: quello che avevo fatto finora non era importante per la mia vita. E' accaduto che a Palermo ho ritrovato la mia identità. Da M-palermu in poi - dopo una lunga gavetta palermitana fatta di spettacoli tenuti nei pub, negli appartamenti, nelle terrazze, dopo una serie di tentativi mancati (collage di testi, pezzi di brani messi insieme) - cominciai a lavorare sulla drammaturgia ed è lì che cambia tutto.

I - Pertanto possiamo dire che devi a Palermo la tua "rinascita" come artista.

ED- Il legame con questa città è fortissimo, ho un rapporto viscerale di amore-odio assoluto. Credo che Palermo sia nelle mie storie sempre protagonista: alla fine Palermo è la lingua del mio teatro.

I- L'impressione che ho avuto vedendo il tuo teatro è che tu tendessi a dare voce alle grida sommerse, alle voci trattenute e incapaci di emergere, che abitano la città.

ED- Si, è vero. C'è una sorta di implosione nei miei spettacoli, che per me è un po' simile a certi luoghi palermitani o siciliani in genere, poiché non è solo Palermo, è il sud del mondo ad essere una condizione dell'anima. C'è questo urlo muto, che ha dentro tutto il dolore del mondo, ma che resta trattenuto come se il dolore fosse talmente grande da impedire l'uscita del suono. Voci lontane provenienti da strade dentro vicoli neri, canti, rumori, storie gridate da facce perdute, mai, il cui emblema, è il silenzio. Parliamo di questo silenzio, di questa immobilità, di interni ed esterni divisi da una soglia che è impossibile varcare. Di gesti che si formano perfettamente dentro la testa, ma non riescono a passare nei muscoli, nel sangue, come figli, mai partoriti, eternamente nutriti da madri sempre gravide. A Palermo non si compiono azioni, si mettono in scena cerimonie.

I- Emerge dai tuoi spettacoli un'attenzione costante all'uso del corpo sulla scena, anche come modalità acustica. In "Carnezzeria" ad esempio gli attori danzano e ricreano suoni e rumori con mezzi semplici come lo schioccare della lingua e i colpi di tacco, in modo da fare emergere il mondo rustico a cui appartengono.

ED- Alcuni dicono che faccio teatro-danza, ma in verità i miei attori non sono dei danzatori, ma persone che stanno cercando una specializzazione in una forma di espressione. Un'espressione che parte sicuramente dalla parola generata, non recitata. Quello che cerchiamo è un'intenzione che viene da dentro, quindi che si traduce soprattutto fisicamente. La gestualità è importantissima poiché è ciò che sostiene la parola, che altrimenti non esiste nel teatro che facciamo, che risulta essere molto fisico.

Ad esempio lavoriamo molto quando prepariamo uno spettacolo sull'animalità, sull'emulazione degli animali: ognuno emula un animale che ha dentro per richiamare fuori l'istinto.

I- A Napoli si rappresenterà in questi giorni la tua "Medea". Vorrei sapere da te come mai la tua prima scelta di riscrittura è caduta sul personaggio di Medea, che tradizionalmente è stata incarnazione della ferinità della donna, di una femminilità messa al bando, allontanata, e se e quanto è stato significativo lavorare su una figura femminile.

ED- Il teatro che faccio è matriarcale, al centro dei miei spettacoli c'è sempre una donna. D'altronde matriarcali sono anche le famiglie siciliane. All'interno della famiglia la donna decide tutto. Matriarcale non significa però che sia la donna a vincere. Al contrario, la donna è insieme colei che prende le decisioni e colei che soccombe. Medea è così. È per eccellenza colei che dà tutto per amore e riceve in cambio tradimento e abbandono. In tal senso è per me un personaggio estremamente significativo ed efficace, in quando segue il percorso che sto facendo. Ho riscritto la tragedia, prendendo le mosse da Euripide e cambiando un po' le carte, anticipando dei tempi. La Medea che ho pensato è una Medea che non ha ancora partorito. La mia Medea è in cinta e viene abbandonata in cinta. Inoltre, vive in un paese dove ci sono solo uomini: le donne di Corinto, del testo di Euripide sono in verità uomini e pertanto sono sterili. L'unica che porta la fertilità è lei. Medea è l'unica che ha la possibilità di perpetuare la specie. Questa è la lettura che ho dato, per quanto la tragedia rimanga quella scritta da Euripide. Il senso e la necessità della tragedia resta invariato.

I - Giuseppe Tomasi di Lampedusa scrive nel Gattopardo che noi siciliani ci sentiamo dei, crediamo di essere perfetti, pertanto chiunque venga da fuori con l'intento di insegnarci le buone maniere è destinato all'insuccesso: la nostra vanità è sempre più grande della nostra miseria.

ED - Sono abbastanza d'accordo. Gli esseri umani - come ci dice Dostoevskij - credono nella propria immortalità e finché dura questa convinzione possono amare ed essere virtuosi, nel caso in cui l'umanità smettesse di credere nell'immortalità, gli uomini finirebbero col mangiarsi tra di loro, non avrebbero più alcuna speranza. Il sentirsi degli dei ha di certo legami col tabù della morte. Del resto i personaggi dei miei spettacoli sono sempre mitologici. Si tratta del sottoproletariato palermitano, questi miseri clown che hanno, nelle loro regole di vita, dei moventi assolutamente imperscrutabili. Dentro le storie che racconto c'è un enigma che io stessa non riesco a sciogliere.